Pannolini bye bye
Il piccolo impara a controllare i suoi stimoli intorno ai venti mesi. Si può aiutarlo, ma senza forzature.
La vacanza al mare può essere un’ottima occasione per farlo. ESPLORATORE, PAUROSO, ARTISTA o ...?
Come si pone il tuo bambino di fronte al vasino? Pretende la compagnia della mamma, quando lo chiede è troppo tardi oppure percepisce il vasino come un altro dei suoi giochi? Soluzioni diverse per abbondanare il pannolino!
La regola è quella cui si fa riferimento quasi sempre, quando si parla di educazione dei bambini: né troppo presto né troppo tardi. Vale anche nel momento in cui si parla di insegnare a usare il vasino. Come per tutti gli altri importanti passaggi della sua crescita psicologica e fisica, la carta vincente sarà quella di adattare le conoscenze scientifiche sul tema, al grado di evoluzione individuale del bambino e alle abitudini specifiche del suo ambiente familiare. “Il successo dell’operazione vasino”, è tanto più facile e veloce quanto più si svolge in un’atmosfera serena, senza eccessi e rigidità. È inutile imporla a un bambino non ancora maturo o a una famiglia che in quel momento non ha tempo e tranquillità per cimentarsi nell’impresa”.
Le vacanze, per esempio, in particolare quelle al mare, quando i bambini sgambettano nudi sulla spiaggia, sono un’ottima occasione per affrontare quelle noie, quegli intoppi che l’educazione al vasino inevitabilmente comporta. Il bambino che può girare nudo riconoscerà meglio cosa succede quando gli scappa la pipì o la cacca e la mamma in vacanza sarà, di conseguenza, più rilassata.
L’attimo fuggente
È ovvio che la vacanza deve capitare più o meno intorno a quell’età in cui il bambino ha sviluppato le condizioni necessarie per padroneggiare quegli stimoli. In linea di massima, accade intorno ai venti mesi, quando il controllo degli sfinteri anali e uretali va di pari passo con la maturazione della muscolatura volontaria. Per capire quando è arrivato il momento giusto ci sono indicatori da prendere in considerazione: se il bambino riesce a fare le scale in due direzioni, se sa impilare almeno tre dadi uno sopra l’altro, impugnare una matita o raccogliere piccoli oggetti. “Gli si presenta a questo punto il vasino”, spiega la dottoressa Medalago, “nei momenti in cui prevediamo il suo bisogno di scaricarsi, dopo mangiato, per esempio, quando il tubo gastroenterico si attiva e attraverso un riflesso (gastrocolico) favorisce lo scarico. Il vasino gli sembrerà un gioco, fino a che diventerà un’abitudine e il piccolo assumerà a poco a poco la consapevolezza di controllare lo stimolo. Il percorso di apprendimento si svolge spesso a ritroso: prima indica le mutande bagnate, poi commenta l’azione a parole, infine avvisa che gli scappa, quando controlla gli sfinteri”.
L’equilibrio che aiuta
Di questa nuova conquista vanno tenuti in conto anche gli aspetti psicologici. La capacità di controllo di cacca e pipì, infatti, deriva anche dalla sensazione di piacere che il bambino prova nella fase di espulsione e ritenzione. Quando, per la prima volta, ha la percezione di un’attività interna del suo corpo, è orgoglioso dei suoi prodotti e della sua capacità di regolarli. In questo processo sarà determinante l’atteggiamento, paziente ed equilibrato, dell’adulto. “Niente eccessi, né trionfalismi di fronte alla tanto attesa produzione, spesso mostrata dal bimbo come vera e propria creazione”, specifica la dottoressa, “né disgusto verso la “cosa sporca”. Basterà incoraggiare il processo creativo senza affrettarsi a eliminarlo con ribrezzo”.
Il consiglio in più
Ma il completo controllo sfinterico, senza più regressioni, si raggiunge verso i 5-6 anni, quando anche l’ultimo passaggio, dall’autonomia notturna dal pannolino, è raggiunto. “Di notte”, conclude l’esperta, “un ormone antidiuretico aiuta il nostro corpo a non avere lo stimolo della pipì. Quella nel letto, il più delle volte, risale al mattino, quando il bimbo si è appena svegliato. Per facilitare il successo di quest’ultima tappa è utile perciò mettere subito il piccolo sul vasino.
Togliamo il pannolino: 7 trucchi efficaci
Sbarazzarsi del pannolino è una cosa naturale che si verifica spontaneamente. Scoprire alcuni trucchi semplici ed efficaci, che aiutano il bambino a dire "addio" al pannolino, può essere comunque d’aiuto...
1. Prendi un vasino colorato e simpatico. Sarà più facile per acquisire familiarità con questo oggetto.
2. Vestilo in modo pratico: con gonne e abiti, se una bambina, e pantaloni elastici, se è un bambino.
3. Date il buon esempio per aiutarlo ad imparare: lasciate che il vostro bambino partecipi alle vostre pratiche igieniche normali.
4. Non insistere se non vuole sedersi sul vasino.
5. Fate compagnia al vostro bambino e complimentatevi con lui. Non svuotare subito il vasino, lo aiuterà a capire il processo.
6. Se notate qualche paura o insicurezza, distraete il bambino con un gioco.
7. E 'normale che nelle prime settimane, lo stimolo venga avvertito un po' troppo tardi, quando che bagni il letto. In questi casi, se lo lasciate bagnato per qualche minuti, il piccolo si sentirà a disagio. La prossima volta, cercherà di fare tutto il possibile per avvertirvi in tempo.
Pannolini bye bye
Il piccolo impara a controllare i suoi stimoli intorno ai venti mesi. Si può aiutarlo, ma senza forzature.
La vacanza al mare può essere un’ottima occasione per farlo. ESPLORATORE, PAUROSO, ARTISTA o ...?
Come si pone il tuo bambino di fronte al vasino? Pretende la compagnia della mamma, quando lo chiede è troppo tardi oppure percepisce il vasino come un altro dei suoi giochi? Soluzioni diverse per abbondanare il pannolino!
Come si pone il tuo bambino di fronte al vasino? Pretende la compagnia della mamma, quando lo chiede è troppo tardi oppure percepisce il vasino come un altro dei suoi giochi? Soluzioni diverse per abbondanare il pannolino!
La regola è quella cui si fa riferimento quasi sempre, quando si parla di educazione dei bambini: né troppo presto né troppo tardi. Vale anche nel momento in cui si parla di insegnare a usare il vasino. Come per tutti gli altri importanti passaggi della sua crescita psicologica e fisica, la carta vincente sarà quella di adattare le conoscenze scientifiche sul tema, al grado di evoluzione individuale del bambino e alle abitudini specifiche del suo ambiente familiare. “Il successo dell’operazione vasino”, è tanto più facile e veloce quanto più si svolge in un’atmosfera serena, senza eccessi e rigidità. È inutile imporla a un bambino non ancora maturo o a una famiglia che in quel momento non ha tempo e tranquillità per cimentarsi nell’impresa”.
Le vacanze, per esempio, in particolare quelle al mare, quando i bambini sgambettano nudi sulla spiaggia, sono un’ottima occasione per affrontare quelle noie, quegli intoppi che l’educazione al vasino inevitabilmente comporta. Il bambino che può girare nudo riconoscerà meglio cosa succede quando gli scappa la pipì o la cacca e la mamma in vacanza sarà, di conseguenza, più rilassata.
L’attimo fuggente
È ovvio che la vacanza deve capitare più o meno intorno a quell’età in cui il bambino ha sviluppato le condizioni necessarie per padroneggiare quegli stimoli. In linea di massima, accade intorno ai venti mesi, quando il controllo degli sfinteri anali e uretali va di pari passo con la maturazione della muscolatura volontaria. Per capire quando è arrivato il momento giusto ci sono indicatori da prendere in considerazione: se il bambino riesce a fare le scale in due direzioni, se sa impilare almeno tre dadi uno sopra l’altro, impugnare una matita o raccogliere piccoli oggetti. “Gli si presenta a questo punto il vasino”, spiega la dottoressa Medalago, “nei momenti in cui prevediamo il suo bisogno di scaricarsi, dopo mangiato, per esempio, quando il tubo gastroenterico si attiva e attraverso un riflesso (gastrocolico) favorisce lo scarico. Il vasino gli sembrerà un gioco, fino a che diventerà un’abitudine e il piccolo assumerà a poco a poco la consapevolezza di controllare lo stimolo. Il percorso di apprendimento si svolge spesso a ritroso: prima indica le mutande bagnate, poi commenta l’azione a parole, infine avvisa che gli scappa, quando controlla gli sfinteri”.
L’equilibrio che aiuta
Di questa nuova conquista vanno tenuti in conto anche gli aspetti psicologici. La capacità di controllo di cacca e pipì, infatti, deriva anche dalla sensazione di piacere che il bambino prova nella fase di espulsione e ritenzione. Quando, per la prima volta, ha la percezione di un’attività interna del suo corpo, è orgoglioso dei suoi prodotti e della sua capacità di regolarli. In questo processo sarà determinante l’atteggiamento, paziente ed equilibrato, dell’adulto. “Niente eccessi, né trionfalismi di fronte alla tanto attesa produzione, spesso mostrata dal bimbo come vera e propria creazione”, specifica la dottoressa, “né disgusto verso la “cosa sporca”. Basterà incoraggiare il processo creativo senza affrettarsi a eliminarlo con ribrezzo”.
Il consiglio in più
Ma il completo controllo sfinterico, senza più regressioni, si raggiunge verso i 5-6 anni, quando anche l’ultimo passaggio, dall’autonomia notturna dal pannolino, è raggiunto. “Di notte”, conclude l’esperta, “un ormone antidiuretico aiuta il nostro corpo a non avere lo stimolo della pipì. Quella nel letto, il più delle volte, risale al mattino, quando il bimbo si è appena svegliato. Per facilitare il successo di quest’ultima tappa è utile perciò mettere subito il piccolo sul vasino.
Togliamo il pannolino: 7 trucchi efficaci
Sbarazzarsi del pannolino è una cosa naturale che si verifica spontaneamente. Scoprire alcuni trucchi semplici ed efficaci, che aiutano il bambino a dire "addio" al pannolino, può essere comunque d’aiuto...
1. Prendi un vasino colorato e simpatico. Sarà più facile per acquisire familiarità con questo oggetto.
2. Vestilo in modo pratico: con gonne e abiti, se una bambina, e pantaloni elastici, se è un bambino.
3. Date il buon esempio per aiutarlo ad imparare: lasciate che il vostro bambino partecipi alle vostre pratiche igieniche normali.
4. Non insistere se non vuole sedersi sul vasino.
5. Fate compagnia al vostro bambino e complimentatevi con lui. Non svuotare subito il vasino, lo aiuterà a capire il processo.
6. Se notate qualche paura o insicurezza, distraete il bambino con un gioco.
7. E 'normale che nelle prime settimane, lo stimolo venga avvertito un po' troppo tardi, quando che bagni il letto. In questi casi, se lo lasciate bagnato per qualche minuti, il piccolo si sentirà a disagio. La prossima volta, cercherà di fare tutto il possibile per avvertirvi in tempo.
Come fare per togliere il ciuccio?
Impossibile dare una ricetta univoca, è un processo in cui ciascuna famiglia troverà il suo equilibrio, ma ecco 9 modi pratici che potrebbero fornire preziosi spunti a chi vuol cimentarsi in questo importante passaggio per il bambino, e poi una serie di situazioni raccontate da alcuni genitori che ci sono passati.
9 suggerimenti pratici per liberarsi del ciuccio
1- legarlo ad un palloncino e lasciarlo trasportare via. E' una cosa che consente di fare una bella preparazione con il bambino: acquistare il palloncino (magari 2: uno da tenere e uno da lasciare andare), poi gli si può raccontare che il ciuccio potrà diventare un esploratore dei cieli, o andare sulla luna, o... e infine una bella gita al parco per lanciare il ciuccio nello spazio
2- usare il ciuccio come pagamento (vero) per un gioco. Potete dire a vostro figlio che se raccoglie tutti i suoi ciucci può scambiarli per un gioco in un negozio di giocattoli. Mettetevi d'accordo con la cassiera che al momento del pagamento dovrà richiedere i ciucci, poi ovviamente farete in modo di pagare, con discrezione.
3- mandarlo in regalo ad un bambino appena nato. Funziona soprattutto se vostro figlio/a ha familiarità con il bebè in arrivo ed è di indole generosa. In quel caso ne farete un pacchettino da mandare o portare al nuovo arrivato (ricordiamo che il ciuccio non andrebbe dato almeno nelle prime 6 settimane di vita, perchè può interferire negativamente con l'allattamento al seno)
4- lasciarlo alla fatina dei ciucci, che porterà un dono in cambio.
5- seppellirlo con dei bulbi o semi di fiori. Un'attività da fare insieme al tuo bambino: mettete il ciuccio in una buca (o un vaso) sotto a dei bulbi o semi di fiori nel terreno, così il ciuccio darà vita a dei bei fiori che saranno nati grazie a lui ;-)
6- stabilite la giornata "io divento grande", mettendola ad un paio di settimane da quando la dichiarate. Quello sarà il giorno in cui il tuo bambino/a diventa grande e dice addio al suo ciuccio, ricevendo in cambio una piccola festa, come una festa di compleanno in famiglia, con torta, candelina, gelato etc. Fate un bel conto alla rovescia sul calendario e create suspance e anticipazione per l'evento.
7- cucite il ciuccio all'interno del suo peluche preferito. Fatevi aiutare da lui/lei, e inserite il ciuccio all'interno di un peluche, in modo che potrà sapere di averlo sempre vicino.
8- fatelo consegnare ad un'autorità, come fosse il sugello del fatto di essere diventati grandi. Raccontate al bambino che per diventare bambini grandi, bisogna consegnare il ciuccio al dottore, o al vigile, o a qualche altra figura che sceglierete,approfittare anche delle prossime festività, tipo Babbo Natale o la Befana. Ovviamente potete mettervi d'accordo prima con la persona che coinvolgerete, e magari consegnargli un regalino da dare al bambino, o un attestato, e poi ricordate di celebrare con un bel gelato o qualcosa di speciale.
9- riducetene l'uso gradualmente: stabilite dei limiti sempre più stringenti, es. "lo usiamo solo in auto e a casa", dopo qualche tempo "lo usiamo solo in casa", poi "lo usiamo solo per dormire", poi lo usiamo solo per addormentarci la sera"... infine occorre sperare che questo gli consenta di abituarsi a farne a meno e quindi ad abbandonarlo (magari usando uno degli metodi segnalati).
9 suggerimenti pratici per liberarsi del ciuccio
1- legarlo ad un palloncino e lasciarlo trasportare via. E' una cosa che consente di fare una bella preparazione con il bambino: acquistare il palloncino (magari 2: uno da tenere e uno da lasciare andare), poi gli si può raccontare che il ciuccio potrà diventare un esploratore dei cieli, o andare sulla luna, o... e infine una bella gita al parco per lanciare il ciuccio nello spazio
2- usare il ciuccio come pagamento (vero) per un gioco. Potete dire a vostro figlio che se raccoglie tutti i suoi ciucci può scambiarli per un gioco in un negozio di giocattoli. Mettetevi d'accordo con la cassiera che al momento del pagamento dovrà richiedere i ciucci, poi ovviamente farete in modo di pagare, con discrezione.
3- mandarlo in regalo ad un bambino appena nato. Funziona soprattutto se vostro figlio/a ha familiarità con il bebè in arrivo ed è di indole generosa. In quel caso ne farete un pacchettino da mandare o portare al nuovo arrivato (ricordiamo che il ciuccio non andrebbe dato almeno nelle prime 6 settimane di vita, perchè può interferire negativamente con l'allattamento al seno)
4- lasciarlo alla fatina dei ciucci, che porterà un dono in cambio.
5- seppellirlo con dei bulbi o semi di fiori. Un'attività da fare insieme al tuo bambino: mettete il ciuccio in una buca (o un vaso) sotto a dei bulbi o semi di fiori nel terreno, così il ciuccio darà vita a dei bei fiori che saranno nati grazie a lui ;-)
6- stabilite la giornata "io divento grande", mettendola ad un paio di settimane da quando la dichiarate. Quello sarà il giorno in cui il tuo bambino/a diventa grande e dice addio al suo ciuccio, ricevendo in cambio una piccola festa, come una festa di compleanno in famiglia, con torta, candelina, gelato etc. Fate un bel conto alla rovescia sul calendario e create suspance e anticipazione per l'evento.
7- cucite il ciuccio all'interno del suo peluche preferito. Fatevi aiutare da lui/lei, e inserite il ciuccio all'interno di un peluche, in modo che potrà sapere di averlo sempre vicino.
8- fatelo consegnare ad un'autorità, come fosse il sugello del fatto di essere diventati grandi. Raccontate al bambino che per diventare bambini grandi, bisogna consegnare il ciuccio al dottore, o al vigile, o a qualche altra figura che sceglierete,approfittare anche delle prossime festività, tipo Babbo Natale o la Befana. Ovviamente potete mettervi d'accordo prima con la persona che coinvolgerete, e magari consegnargli un regalino da dare al bambino, o un attestato, e poi ricordate di celebrare con un bel gelato o qualcosa di speciale.
9- riducetene l'uso gradualmente: stabilite dei limiti sempre più stringenti, es. "lo usiamo solo in auto e a casa", dopo qualche tempo "lo usiamo solo in casa", poi "lo usiamo solo per dormire", poi lo usiamo solo per addormentarci la sera"... infine occorre sperare che questo gli consenta di abituarsi a farne a meno e quindi ad abbandonarlo (magari usando uno degli metodi segnalati).
Quella naturale paura degli estranei
Prima sorrideva a tutti gli estranei, ora nasconde il viso e, spesso, scoppia a piangere. Niente paura: è una tappa cruciale nello sviluppo della sua personalità.
Solo poche settimane fa distribuiva sorrisi a chiunque mostrasse un po’ di interesse nei suoi confronti. Poi un cambiamento inatteso: non appena un viso sconosciuto gli si avvicina per fargli un complimento si nasconde tra le tue braccia, si gira dalla parte opposta, piange, abbassa gli occhi. Cosa sta succedendo a tuo figlio? Probabilmente sta attraversando quella che viene comunemente detta “crisi dell’ottavo mese” (ma che riguarda, in genere, un lasso di tempo variabile tra il sesto e il diciottesimo mese di vita) o “paura dell’estraneo” o “ansia da separazione”. In altre parole, il piccolo prova timore in presenza di un estraneo, teme che tu possa abbandonarlo quando ti allontani e vive ogni occasione, sia pur breve, di separazione con ansia. Nulla di preoccupante: si tratta anzi di una “tappa fondamentale per il bambino, che acquisisce coscienza di sé, con una propria identità e come persona separata dagli altri”Capire il suo pianto - Dopo i 6 mesi
Il pianto è indotto non più soltanto da motivi fisici (fame, dolore, desiderio di contenimento), ma anche da cause psicologiche che derivano dalle nuove esperienze che il bambino compie man mano che conquista l’autonomia. Dai 7 ai 18 mesi il bambino può piangere per paura (degli estranei o dell’abbandono), mentre dai 18 ai 24 mesi il pianto può esprimere crisi di collera, ma anche timore di sbagliare.
Con il passare dei mesi, il pianto diviene meno importante come “linguaggio”, perché il bambino impara a far capire agli adulti i propri “messaggi” con altri sistemi di comunicazione. Nel secondo semestre di vita, per esempio, sottolinea le proprie esigenze con i movimenti del corpo, sporgendosi verso il cibo quando ha fame o voltandosi da un’altra parte di fronte al cucchiaio quando non ha più fame, mentre dai 2 anni in poi la comunicazione si avvale in modo sempre più significativo della parola.
Capire il suo pianto - Da 10 giorni a 6 mesi
Proprio perché il pianto viene utilizzato sempre più come linguaggio, la frequenza del suo impiego cresce con il trascorrere delle settimane (vedi figura). In particolare, i bambini tendono a piangere ogni settimana più della precedente fino ai 2 mesi. In seguito, quando altri canali di comunicazione iniziano ad affiancarsi timidamente alle lacrime, come appunto avviene a quest’epoca con i primi balbettii, la frequenza dei pianti tende a decrescere. I dati a cui si fa riferimento nella figura rappresentano ovviamente valori medi e sono da considerare del tutto normali variazioni (in più o in meno) rispetto alle medie indicate.un aiuto a interpretare il pianto può venire ai genitori dall’osservazione di due diversi parametri:
1- l’intervallo di tempo che divide il pianto dal termine della poppata;
- Se il bambino piange subito dopo essersi staccato dal seno o dal biberon o nei 10 minuti successivi, è probabile che abbia ancora fame o che debba fare il ruttino. Dopo avergli offerto di nuovo il latte e, in caso di rifiuto, dopo averlo tenuto con il busto eretto per qualche minuto senza esito, ci si può limitare a tenerlo in braccio, poiché è presumibile che il bambino pianga per richiamare l’attenzione e per il desiderio di essere contenuto e abbracciato.
- Se il bambino scoppia a piangere da 10 a 60 minuti dopo il termine della poppata, l’ipotesi più probabile è che pianga perché vuole essere preso in braccio (specie se ha più di 2 mesi). E’ opportuno assecondarlo senza il timore, così facendo, di viziarlo. Per calmarlo si può provare, nell’ordine, a offrirgli il succhiotto, a parlargli dolcemente e a cullarlo.
- Se piange dopo un’ora dal termine della poppata, per prima cosa bisogna offrirgli il latte, perché potrebbe aver fame; se lo rifiuta, il pianto potrebbe segnalare che il piccolo è sporco e va cambiato oppure che ha bisogno di coccole e vuole essere preso in braccio.
2- l’intensità del pianto stesso.
Anche l’intensità del pianto aiuta a decifrare la richiesta del bambino;
- Se ha fame l’intensità tende a diminuire con il tempo e il bambino smette di piangere quando respira, cioè introduce o espelle aria;
- Se sta male e il pianto è provocato da una situazione che richiede una visita del medico, l’intensità resta costante o aumenta nel tempo.
Che bello a 4 zampe
Camminare è per lui una conquista importante, ma i suoi primi passi spesso sono a gattoni. Di solito, intorno agli otto-dieci mesi sfreccia per casa sempre più sicuro: fra poco sarà pronto ad alzarsi e a partire alla scoperta del mondo.
Com’ è il percorso che porta il bambino a esplorare il mondo sulle sue gambe? Lungo e costellato da tappe intermedie e… da tanti capitomboli. Occorre aspettare il primo compleanno perché il piccolo, dopo aver conquistato la posizione eretta nei mesi precedenti, cominci a muovere i primi passi. Ma è un risultato che non tutti raggiungono nello stesso periodo e nella stessa maniera. Alcuni iniziano prima a gattonare. Altri saltano questa fase e fanno subito le prove per procedere sui due piedi. In ogni caso, è bene assecondare i movimenti del bimbo, senza forzarlo e rispettare il suo “stile” personale. Nei tempi e nei modi a lui più congeniali, troverà il modo per partire alla scoperta del mondo.
Com’ è il percorso che porta il bambino a esplorare il mondo sulle sue gambe? Lungo e costellato da tappe intermedie e… da tanti capitomboli. Occorre aspettare il primo compleanno perché il piccolo, dopo aver conquistato la posizione eretta nei mesi precedenti, cominci a muovere i primi passi. Ma è un risultato che non tutti raggiungono nello stesso periodo e nella stessa maniera. Alcuni iniziano prima a gattonare. Altri saltano questa fase e fanno subito le prove per procedere sui due piedi. In ogni caso, è bene assecondare i movimenti del bimbo, senza forzarlo e rispettare il suo “stile” personale. Nei tempi e nei modi a lui più congeniali, troverà il modo per partire alla scoperta del mondo.
La "tabella di marcia"
Alcuni bambini iniziano prima a gattonare, altri si alzano sui due piedi, saltando questa fase. Vediamo come sono le fasi secondo le diverse età del piccolo.
6-7 mesi
A questa età, il bambino impara a stare seduto, inizialmente in maniera molto instabile, poi mantenendo da solo il busto eretto. I suoi progressi sono dovuti alla maturazione dell’apparato muscolare e del sistema nervoso centrale. Nella nuova posizione si amplia il suo campo visivo e può percepire la realtà che lo circonda da un altro punto di vista e con maggiore completezza.
Ora controlla meglio anche i movimenti di mani e braccia, per aff errare gli oggetti alla sua portata. Mentre sta seduto su un tappeto si appoggia con un braccio o con l’altro secondo la direzione verso cui vuole protendersi.
Ora controlla meglio anche i movimenti di mani e braccia, per aff errare gli oggetti alla sua portata. Mentre sta seduto su un tappeto si appoggia con un braccio o con l’altro secondo la direzione verso cui vuole protendersi.
Come aiutarlo
Per irrobustire i muscoli della schiena e del collo, bisogna proporgli ogni giorno qualche esercizio di ginnastica. Sdraiarlo sulla schiena e sollevarlo piano, prendendolo per e mani. Poi girarlo sulla pancia, allargargli le braccia e mettersi davanti a lui, mostrandogli un sonaglio o un oggetto che lo incuriosisca: lo si aiuterà, così, a cercare la posizione migliore per spostarsi e raggiungerlo.
7-8 mesi
Procedendo per diversi tentativi, il piccolo, in questa fase, inizia a muoversi da solo. C’ è chi si mette carponi e, dondolandosi avanti e indietro, riesce a spostarsi un po’. C’è, invece, chi rotola o striscia, facendo leva sulle braccia o si gira su se stesso, riuscendo a guadagnare pochi centimetri.
L’ obiettivo, per tutti, è quello di raggiungere un oggetto “desiderato” e che si trova a poca distanza.
L’ obiettivo, per tutti, è quello di raggiungere un oggetto “desiderato” e che si trova a poca distanza.
Come aiutarlo
Metterlo seduto per terra su un tappeto morbido e sistemare qualche gioco un po’ distante dalle sue manine. Con questa astuzia lo si stimolerà a provare ripetutamente a raggiungere l’oggetto davanti a lui e a coordinarei movimenti. Giorno dopo giorno, imparerà così stare sempre più in equilibrio,
senza appoggiarsi ai cuscini o a un braccio.
senza appoggiarsi ai cuscini o a un braccio.
8-10 mesi
Dopo i primi tentativi, spesso buffi e poco coordinati, verso gli 8 mesi comincia a procedere carponi. All’inizio, a 4 zampe, oscillando avanti e indietro. Poi, prova a coordinare meglio il movimento di braccia e gambe e riesce ad avanzare senza esitazioni.
All’inizio può capitare che il bimbo ingrani... la retromarcia. Carponi, stendendo le braccia in avanti per protendersi, automaticamente procede all’indietro. Ma dopo pochi giorni, capito il meccanismo, impara a spostare nelle gambe la “forza motrice”.
All’inizio può capitare che il bimbo ingrani... la retromarcia. Carponi, stendendo le braccia in avanti per protendersi, automaticamente procede all’indietro. Ma dopo pochi giorni, capito il meccanismo, impara a spostare nelle gambe la “forza motrice”.
Come aiutarlo
Ora che si muove più agilmente, bisogna tener lontani da lui tutti gli oggetti pericolosi e creare un ambiente stimolante, senza abbassare la guardia sugli eventuali rischi (come le scale). Va ricordato anche che, per mettersi in marcia, il bebè deve poter esercitare la propria naturale curiosità, procedendo verso ciò che lo attrae senza troppi divieti e ansie dei genitori.
10-12 mesi
Si alza in piedi, appoggiandosi a quello che gli capita: il divano, le sedie, il letto, i pantaloni... del papà! Una volta conquistata la posizione eretta, si muove lateralmente, aggrappandosi a qualche sostegno. Prima, sposta le mani e, poi, compie i primi passettini incerti, acquistando sempre più coordinazione ed equilibrio.
Se il bimbo sa gattonare, alterna il procedere carponi con questi esercizi di “innalzamento”, utili per irrobustire i muscoli di gambe, schiena e glutei, in vista del momento in cui lascerà ogni appiglio. La posizione eretta è facilitata dalla struttura del piccolo, che ha il baricentro del corpo piuttosto basso. Questo perché la parte superiore è più sviluppata rispetto alle gambe.
Se il bimbo sa gattonare, alterna il procedere carponi con questi esercizi di “innalzamento”, utili per irrobustire i muscoli di gambe, schiena e glutei, in vista del momento in cui lascerà ogni appiglio. La posizione eretta è facilitata dalla struttura del piccolo, che ha il baricentro del corpo piuttosto basso. Questo perché la parte superiore è più sviluppata rispetto alle gambe.
Come aiutarlo
Quando si alza in piedi da solo, a volte non riesce più a rimettersi seduto. O lo fa lasciandosi cadere, con il rischio di battere il sederino se il fondo è rigido, o di cadere di lato. Per renderlo autonomo, si può mostrargli come cavarsela da solo, flettendogli le ginocchia per fargli capire che così l’atterraggio sarà più morbido.
OGGETTO TRANSIZIONALE
E' il primo oggetto al quale il bambino si affeziona e su cui riversa i suoi affetti in assenza della mamma. Il termine "oggetto transizionale" è stato introdotto per la prima votla dallo psicoanalista inglese Donald Winnicott (1896-1971), noto soprattutto per la sua vasta esperienza clinica coi bambini, per definire la transizione, ossia il passaggio, dal rapporto di dipendenza assoluta dalla madre alla "vera relazione oggettuale".
Tra i 4 e i 12 mesi il bambino utilizza l'oggetto transizionale per sostituire affettivamente la mamma nei momenti in cui è costretto a separarsi da lei, in particolare quando si addormenta. Non appena il neonato si rende conto che la madre non è una parte di sè, sempre presente, ma è quella figura che può andarsene senza ricomparire immediatamente, nonostante il suo pianto, placa l'angoscia per il distacco (ansia da separazione) stringendo o accarezzando un oggetto che rappresenta in quel momento la madre. Nei primi mesi di vita l'oggetto transizionale può essere costituito dal lenzuolo del lettino o da un lembo della tutina, cioè dalla prima cosa che il neonato può prendere in mano e strofinare per sentirsi meno solo nell'attesa della mamma. Poi, man mano che cresce e incomincia muoversi, il bambino può utilizzare un orsacchiotto o un altro oggetto simile, solitamente morbido e soffice.
IL CRUCCIO DI OGNI MAMMA...
L’APPUNTAMENTO CON IL VASINO
Imparare a usare il vasino è un’altra importante conquista per la completa autonomia del piccolo, perché segna il passaggio a una nuova consapevolezza delle funzioni del proprio corpo. Alcuni bambini la sviluppano prima di altri, ma attenzione non è il caso di tentare di abituarli prima che abbiano raggiunto i 20 mesi.
PERCHE’?
Fino ai 18 mesi circa, il bambino non dimostra alcun interesse per quel che accade alla sua vescica e al suo intestino: si svuotano automaticamente, senza che egli sia in grado di prevederlo. Metterlo sul vasino in questo periodo, quindi, non servirebbe a niente, per lui sarebbe semplicemente un nuovo oggetto su cui sedersi. E il fatto che magari, qualche volta, l’operazione può riuscire ugualmente è soltanto un caso.
E'’ verso i 2 anni che il bambino è in grado di comprendere quando “trattenere” oppure “lasciar andare”, ad anticipare il bisogno prima che sia troppo tardi e avvertire l’adulto di quanto sta per accadere.
Comunque, anche in questo, ogni bambino ha i suoi tempi, quindi è sbagliato fargli fretta: se la mamma si ostina ad anticipare l’educazione al vasino, si può verificare un rifiuto da parte del piccolo, con qualche problema di stitichezza.
Spesso salta il pasto. A casa invece, non ha problemi, anche se magari vuole sempre le stesse cose. Perché fa così? Ha bisogno di tempo per adattarsi il rifiuto del pasto al nido esprime quasi sempre la difficoltà del bambini di accettare la separazione dall’ambiente familiare e soprattutto dalla mamma. Non si tratta quindi di un capriccio, ma di un’inconsapevole “protesta” per il fatto di sentirsi allontanato dal suo mondo.
Comunque, anche in questo, ogni bambino ha i suoi tempi, quindi è sbagliato fargli fretta: se la mamma si ostina ad anticipare l’educazione al vasino, si può verificare un rifiuto da parte del piccolo, con qualche problema di stitichezza.
Non mangia all'asilo
COSA FARE e COSA NON FARE - SE NON MANGIA
Spesso salta il pasto. A casa invece, non ha problemi, anche se magari vuole sempre le stesse cose. Perché fa così? Ha bisogno di tempo per adattarsi il rifiuto del pasto al nido esprime quasi sempre la difficoltà del bambini di accettare la separazione dall’ambiente familiare e soprattutto dalla mamma. Non si tratta quindi di un capriccio, ma di un’inconsapevole “protesta” per il fatto di sentirsi allontanato dal suo mondo.
Non a caso si manifesta quasi sempre nei primi mesi dell’inserimento o nel passaggio dal nido alla materna.
Oppure se c’è stato un trasferimento in un’altra struttura. Di solito, nel giro di qualche tempo, la situazione si risolve spontaneamente. Anche perché, in questi casi, funziona molto bene l’emulazione: vedere gli altri bambini che mangiano e assaggiano varie pietanze, induce il piccolo prima o poi a fare altrettanto.
Oppure se c’è stato un trasferimento in un’altra struttura. Di solito, nel giro di qualche tempo, la situazione si risolve spontaneamente. Anche perché, in questi casi, funziona molto bene l’emulazione: vedere gli altri bambini che mangiano e assaggiano varie pietanze, induce il piccolo prima o poi a fare altrettanto.
QUINDI COSA FARE?
1) Chiedere alla maestra notizie sul suo comportamento, sul modo di relazionarsi con gli altri bambini per capire se, oltre al disagio della separazione ci possono essere altre cause di malessere. Di solito però, quando è così, il piccolo si mostra recalcitrante anche la mattina quando va all’asilo.
2) È opportuno domandarsi come si vive in prima persona il distacco dal bambino. Alcune mamme, soprattutto se hanno ripreso a lavorare, sono solo apparentemente tranquille. In realtà, negano i loro sentimenti, dicendo che va tutto bene, ma così anche il bambino fatica a esprimere le sue difficoltà e reprime il pianto. Rifiutare il cibo diventa quindi il modo privilegiato per comunicare il disagio.
3) Non costringerlo mai a mangiare, né a casa né all’asilo. Non percependo l’ansia, il bambino si sentirà autorizzato a rilassarsi e ricomincerà gradatamente a nutrirsi. Mostrandosi preoccupati, invece, il piccolo si sentirà sotto pressione e proseguirà con il suo rifiuto.
4) Convincersi che se anche per qualche tempo il bambino dovesse saltare il pranzo, il suo accrescimento non ne risentirebbe. Eventualmente, si può provare a offrirgli una merenda più sostanziosa a metà pomeriggio, ma sempre senza imposizioni.
5) Niente premi o punizioni basati sul cibo, del tipo: “Se a scuola mangi ti compro un gioco”. Così gli si offre una potente arma di ricatto e si instaura un circolo vizioso difficile da sradicare anche negli anni seguenti.
Capita anche questo: il bimbo mangia poco perché non gli piacciono le pietanze che gli si offrono...
In altre parole: il cibo non “sa” di mamma, la minestra dell’asilo non è la stessa che trova a casa. E la rifiuta per la nostalgia dei sapori legati alla figura materna.
Fargli portare con sé, in accordo con le maestre, qualcosa che gli ricordi la mamma: il cucchiaio che usa alla sera, un piatto o un bicchiere speciali comprati insieme a lei, due biscotti che gli piacciono tanto. Piano piano imparerà ad abituarsi anche ai gusti nuovi. Ha solo bisogno di un po’ di sostegno.
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